IL GAZZETTINO - CUCINE ECONOMICHE POPOLARI ( PADOVA )

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IL GAZZETTINO

HANNO DETTO
 
 

Reportage
Vivere da poveri in una città ricca
Antonella Patete
Rivista del volontariato n. 8-9/2004


Vivere senza casa a Padova è possibile. Accade anche in una città ricca, dove però c’è chi dorme nelle fabbriche abbandonate e chi vive nei ghetti. Come si organizza il volontariato

Alzi il coperchio e vedi gente che vive e dorme in vecchi capannoni abbandonati, senza acqua né luce. Vedi topi, rom relegati in accampamenti spontanei, ghetti di africani in cui gli italiani entrano solo in cerca di droga, mense dei poveri e persone in attesa del pranzo fin dalle nove del mattino, qualcuno che prova faticosamente a ricostruirsi la vita fuori dal carcere offrendo il proprio lavoro in cambio del vitto. Chiudi il coperchio e subito ti appare davanti agli occhi la città bella: la Basilica di Sant’Antonio, il Duomo, il Battistero, la Cappella degli Scrovegni con gli affreschi di Giotto, e le strade decorose e pulite, che i cittadini percorrono speditamente in bicicletta per andare al lavoro. Questa è Padova, città ricca e opulenta, dove la povertà non si vede, ma esiste, nascosta nelle pieghe di una vita quotidiana che viaggia sul mito della produttività e del lavoro.
Ma Padova, per sua fortuna, è anche una tra le città italiane in cui il volontariato è più radicato e diffuso, sia nelle forme tradizionali che in quelle innovative. Anzi è talmente attivo che – a volte – le persone più deboli se le va a cercare col lanternino. Tommaso Cuzzolin, diacono nella parrocchia Santissima Trinità, si occupa dal 1992 di problemi legati all’immigrazione. La sua associazione di volontariato, il Centro Aiuto Santissima Trinità, fornisce sostegno a tutte le organizzazioni volontaristiche che vogliano stabilire un rapporto con le istituzioni, ma gestisce anche due case di prima accoglienza per persone in difficoltà, distribuisce abiti e cibo in collaborazione con il Banco Alimentare, segue un orfanotrofio e una scuola in Croazia e aiuta alcune parrocchie in Bulgaria. E lui, Tommaso Cuzzolin, non si dimentica mai di perlustrare in lungo e in largo la città, di cui conosce tutti i luoghi abbandonati, le fabbriche dismesse, i buchi, le nicchie dove chi non ha casa trova un alloggio.

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SENZA ACQUA NE LUCE
Oltre al campo riconosciuto ufficialmente dal Comune, Padova ospita (si fa per dire) almeno un altro paio di stanziamenti di rom. Sono quelli che non hanno né luce né gas, e che per procurarsi l’acqua devono attraversare i binari della ferrovia. Alcuni – i serbi – vivono oltre i cancelli di un ex stabilimento industriale, proprio alle porte del centro cittadino. «Venite, accomodatevi», ci dicono non appena varchiamo il cancello, nella speranza che siamo andati a trovarli per organizzare un doposcuola con i bambini. Ma poi quando capiscono che lavoriamo in un giornale, la cosa tutto sommato gli va bene lo stesso. La loro preoccupazione è lo sgombero. Hanno già ricevuto diverse ingiunzioni e non sanno quando le minacce passeranno dal dire al fare. «Non vi posso promettere niente», dice Tommaso Cuzzolin osservando le carte. «Ma vedrò se è possibile fare qualcosa».
In Via Ticino, dietro la ferrovia, la situazione è ancora peggiore. Un gruppo di rom rumeni vive nei locali di un vecchio stabilimento industriale. Hanno allestito una sorta di accampamento provvisorio, dove non regna il caos tipico dei campi rom. Letti, coperte, divani sono ordinatamente disposti nel vecchio capanno. Al centro un divano e una poltrona sono stati piazzati come in un salotto. Sono nomadi (per una volta nel vero senso della parola) che vanno e vengono dalla Romania. Ma cosa facciano esattamente in Italia non è chiarissimo.
Tommaso Cuzzolin non esita a risalire il terrapieno e a dare una voce al gruppo di venti persone che consuma la cena in ordine sparso. «Confido nella Croce che porto sempre al collo», dice mentre quelli smettono immediatamente di mangiare e ci vengono incontro col calore che i rom conservano anche nelle situazioni più disperate. «Lavoro», «cerco lavoro», «non trovo lavoro», dicono in alternanza, mentre mostrano la casa separata dall’esterno da un tendone o mentre ci conducono, a lume di candela, su per le scale, nelle stanzette dove dormono in cinque o sei, e dove i topi non riescono a salire. E intanto fanno richieste: «la signora che distribuisce i vestiti non ce li vuole dare, ci dice sempre di no». «La conosco», risponde il diacono. «Cercherò di parlare con lei».
Le Cucine Popolari e il coordinamento Agorà
A mezzogiorno del giorno seguente, alcune delle donne di Via Ticino fanno la fila alle Cucine Popolari di Via Tommaseo. Il nome per esteso sarebbe Cucine Economiche Popolari e si tratta di un’istituzione caritativa nata nel lontano 1882, gestita oggi dalle suore francescane e elisabbettine. Offrono il pranzo e la cena, ma hanno anche un ambulatorio e un servizio di guardaroba, docce e lavanderia. «Ogni giorno distribuiamo 500 pasti, ma in alcuni periodi arriviamo fino a 700», racconta Francesco Pilli. «Molti di quelli che dormono all’Asilo Notturno arrivano fin dalle nove del mattino».
Le Cucine Popolari fanno parte di «Agorà», un coordinamento di dieci associazioni e cooperative che si occupano di disagio grave, e di conseguenza anche di disagio abitativo. Il fine del coordinamento è quello di lavorare sulla sensibilizzazione della città e su un più incisivo intervento della Pubblica Amministrazione, uno degli obiettivi a medio termine è costituire un Osservatorio sul disagio adulto. «A Padova», racconta Daniele Sandonà del Cosep, la cooperativa sociale che gestisce l’Asilo Notturno, dove ogni notte trovano ricovero circa 70 persone, «la povertà e la mancanza di un alloggio non è legata solo alla presenza degli stranieri. Tra le 1000 e le 1500 persone non hanno una situazione abitativa stabile e il numero delle famiglie che fanno riferimento al Banco Alimentare è cresciuto. Ma manca una mappatura precisa».
E poi la mancanza di soldi e a volte anche di casa porta a una dimensione di profonda solitudine. «Noi lavoriamo con persone senza dimora o con persone in stato di completo isolamento», spiega Emanuela Tacchetto della cooperativa Gruppo Erre, sempre appartenente al coordinamento Agorà. «Ma uno dei problemi più gravi che ci troviamo a dover fronteggiare è la povertà relazionale. Ci sono persone che vengono da fallimenti
familiari, lavorativi, esistenziali, che escono allo scoperto solo quando si trovano a dover affrontare bisogni materiali. Ma quando incontrano i servizi sociali sono già in uno stato di solitudine molto avanzata».
Per questo il Gruppo Erre ha organizzato un centro diurno occupazionale, che si pone l’obiettivo di diventare un punto di riferimento stabile nel vuoto di una giornata povera di impegni e di eventi. Vi partecipano 30 persone, segnalate dai servizi sociali, che conducono soprattutto attività di laboratorio. Per alcuni sono previsti percorsi di sostegno, soprattutto per quanto riguarda l’inserimento lavorativo e la ricerca di una casa, infatti la cooperativa gestisce anche due appartamenti per un totale di 6 posti letto.
Invece il Gruppo Caritativo dei padri Rogazionisti ha un centro di seconda accoglienza in convenzione con il Comune, dove vivono una decina di persone quasi tutte straniere, e va quotidianamente a visitare i nomadi di Via Ticino. «In media le persone si fermano da noi per qualche anno», dice la signora Luisa Frigo. «I servizi della nostra parrocchia sono personalizzati, cerchiamo di non dare soldi ma sostegno. Li aiutiamo a trovare un lavoro».
Del coordinamento Agorà fa parte anche Ristretti Orizzonti, l’ormai celebre organizzazione di volontariato dal carcere e per il carcere, che pubblica un giornale cartaceo e un aggiornatissimo sito Internet. Ma anche quest’associazione, che lavora prevalentemente con la comunicazione, si trova a fare i conti col disagio di chi una volta uscito dal carcere non sa dove sbattere la testa. «Il 30% delle persone senza fissa dimora proviene dal carcere», precisano Francesco Morelli e Ornella Favero. E molti non sanno proprio dove andare e cosa fare, anche quando tornano alla vita di fuori. «La dimensione della solitudine è fortissima», continuano. «Molti subiscono la revoca delle misure alternative per via dell’isolamento e dell’alcolismo».



 
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